La memoria ecclesiale degli eccidi di Monte Sole
e le beatificazioni dei preti martiri
A cura di don Angelo Baldassarri,
Vicario Generale per la Sinodalità dell’Arcidiocesi di Bologna
Monte Sole: il silenzio
Monte Sole, un’altura dell’Appennino bolognese, fino alla Seconda guerra mondiale era costellato di piccole comunità rurali adagiate lungo i suoi crinali. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, quelle stesse comunità furono travolte da uno dei più tragici eccidi compiuti dalle truppe SS in Italia: 780 persone, in gran parte bambini, donne e anziani, vennero uccise in una violenza sistematica che cancellò interi nuclei familiari.
Da allora, per decenni, su Monte Sole è calato un silenzio pesante. I superstiti non riuscirono più a tornare a vivere nei luoghi devastati dalla strage e dal passaggio del fronte. La memoria pubblica, invece, prese un’altra strada: dal 1945 la commemorazione annuale si svolge a Marzabotto, il comune che contò il maggior numero di vittime. La scelta contribuì a fissare nell’immaginario collettivo l’idea della “strage di Marzabotto”, generando l’equivoco che il massacro fosse avvenuto nel paese e non nelle tante località disperse sul monte. Così, “luogo della storia” e “luogo della memoria” si separarono, dando vita a una dinamica unica nel panorama italiano.
A questo silenzio materiale si aggiunse un silenzio più sottile: quello sulla storia stessa del massacro. Si arrivò a dire che “della strage di Marzabotto si conosce quasi tutto, del massacro di Monte Sole relativamente poco”, una constatazione paradossale che rivela come la ritualità commemorativa abbia finito per oscurare la complessità dei fatti.
Tra i silenzi che hanno segnato il dopoguerra, ve n’è uno particolarmente significativo: quello della diocesi di Bologna. Per trent’anni la Chiesa rimase distante dalle commemorazioni, percepite come terreno di scontro politico e dunque rischiose. Parlare della strage sembrava, agli occhi di molti ecclesiastici, un modo per avallare la propaganda della parte avversa. Così, per prudenza o timore, si preferì tacere.
I vescovi dell’epoca non riconobbero nelle vicende dei sacerdoti uccisi un messaggio per le comunità cristiane del presente. Il cardinale Nasalli Rocca non lasciò commenti specifici sui preti morti nell’eccidio; il cardinale Giacomo Lercaro, dal canto suo, non conosceva né i fatti né le figure dei sacerdoti trucidati, percepiti come inglobati nel mito resistenziale, allora considerato da contrastare.
La svolta degli anni Settanta
Bisogna attendere la metà degli anni Settanta perché qualcosa cambi. Una relazione al clero di mons. Luigi Dardani riaccende l’attenzione sulla testimonianza dei cristiani bolognesi durante la guerra, proponendo una nuova lettura della Resistenza e del ruolo delle comunità ecclesiali.
La fame, i disagi di ogni genere, la comune condizione di pericolo permanente, compirono il miracolo di tonificare la sensibilità e l’iniziativa caritativa delle canoniche e dei conventi. Chiese e campanili, canoniche e conventi divennero il rifugio sicuro di molti perseguitati. La stessa cura pastorale, posta di fronte a notevoli difficoltà da una situazione così imprevedibile e complessa, ne trasse presto vantaggio per gli intensificati contatti tra i sacerdoti e la loro gente, in vera comunione di vita (L. Dardani, La presenza della Chiesa bolognese durante la guerra e la resistenza (5 maggio 1975).
Da quel momento il silenzio si incrina. L’interesse si concentra soprattutto sui cinque sacerdoti uccisi a Monte Sole, la cui morte viene interpretata come autentico martirio. Il 13 ottobre 1976, anniversario della morte di don Giovanni Fornasini, un’assemblea di sacerdoti e laici riunita nella canonica di Sperticano propone ufficialmente al cardinale Poma l’apertura del processo canonico.
Em.za. Rev.ma, abbiamo avuto il privilegio di conoscere i sacerdoti don Ubaldo Marchioni (morto il 29 settembre 1944), don Elia Comini e p. Nicola Martino Capelli (morti il 1° ottobre 1944), don Ferdinando Casagrande (morto l’8 ottobre 1944) e don Giovanni Fornasini (morto il 13 ottobre 1944) e siamo testimoni del sacrificio che essi hanno offerto a Dio per il popolo affidato alle loro cure spirituali. È nostra convinzione che la loro morte, avvenuta nelle tragiche circostanze dell’eccidio di Marzabotto nel settembre-ottobre 1944, abbia le caratteristiche di un vero martirio per amore di Dio e dei fratelli. Tale martirio concluse in modo sublime l’esercizio prolungato ed eroico della carità pastorale al servizio di quelle popolazioni oppresse e perseguitate, e unì il sangue innocente dei pastori e del gregge. I sottoscritti pertanto chiedono con umile e devota fiducia a V.E. Rev.ma di voler disporre l’apertura del processo canonico per la dichiarazione dell’eroicità delle virtù e del martirio dei suddetti sacerdoti (I sacerdoti del Vicariato del Setta all’Eminenza Rev. card. Antonio Poma).
La ricerca di don Luciano Gherardi
La stagione di riscoperta trova un protagonista decisivo in don Luciano Gherardi, vicario per la cultura, che nel 1976 fonda il Centro di documentazione “Comunità di fede e di resistenza”. Inizialmente orientato a ricostruire i dettagli dell’eccidio, Gherardi comprende presto che la vera chiave è un’altra: ascoltare le persone, far emergere la vita delle comunità prima della tragedia, restituire voce a chi l’aveva perduta.
Il suo lavoro decennale culmina nel 1986 con Le querce di Monte Sole, un’opera che intreccia storia, memoria e testimonianze, riportando alla luce non solo la morte, ma soprattutto la vita delle comunità martiri tra Setta e Reno. Parallelamente, prende forma un percorso di riappropriazione dei luoghi: sentieri ripuliti, ruderi riportati alla luce, spazi restituiti alla memoria collettiva.
La nascita di una commissione diocesana per Monte Sole
Si comprende che è arrivato il momento di dare una risposta adeguata alla petizione inoltrata al card. Poma nel 1976 per la beatificazione dei preti di Monte Sole e viene istituita una commissione diocesana, con il compito di istruire, valutare e offrire al vescovo una documentazione la più completa possibile per meglio ricostruire i vari episodi che compongono la strage. Alla fine del 1984 la commissione ritiene che ci siano i presupposti per avviare un processo di beatificazione e che si possa iniziare fin da subito a raccogliere «il dossier delle testimonianze» al fine di dimostrarne la santità.
In quegli anni, la riscoperta delle vicende di Monte Sole aveva portato spesso a parlare di “comunità martiri”. Tuttavia, su indicazione di un esperto della Congregazione delle Cause dei Santi, la commissione decise di concentrare l’attenzione sui parroci e di avviare il processo non super martyrio, ma super virtutibus: la scelta pastorale di restare accanto ai propri fedeli in pericolo, pur eroica, non era ancora ritenuta sufficiente per attestare un martirio in senso stretto.
I primi pellegrinaggi e l’arrivo della comunità di don Dossetti
Il cammino trova un momento simbolico l’11 settembre 1983, quando il vescovo Enrico Manfredini guida il primo pellegrinaggio diocesano a Monte Sole. Non a Marzabotto, ma sul monte stesso, ormai riconosciuto come “nuovo santuario”.
Si ha la sensazione di risentire la voce del Sinai: «Levati i calzari, perché il terreno che tu calpesti è santo…». Quei luoghi, già teatro della ferocia delle SS, sono un immenso santuario, dove ogni rudere invita a meditare quanto alto e cruento è stato il prezzo della libertà saldato dai nostri fratelli migliori (Gherardi)
«Il vuoto e il silenzio prendono per mano i pellegrini», si disse allora. Un’esperienza penitenziale, comunitaria, che per Gherardi rappresentava l’unica via autentica: come l’eccidio fu comunitario, così dovevano esserlo la memoria e la celebrazione.
Nell’anno successivo l’iniziativa è fatta propria anche dal nuovo vescovo Giacomo Biffi che guida il suo primo pellegrinaggio a Monte Sole, consapevole dell’importanza di far riemergere dal silenzio la testimonianza di vittime a cui dare onore. Il gesto di celebrare l’Eucarestia su quei ruderi è descritto dall’arcivescovo come una riconsacrazione di terre profanate dall’odio:
La Chiesa di Bologna possiede su questi monti un tesoro che deve custodire con amore, onorare con giusta fierezza, comprendere con intelligenza crescente nel suo valore e nel suo insegnamento. Queste vittime non ci domandano di non dimenticare le barbarie e la crudeltà che le hanno stroncate; non ci invitano a conservare i risentimenti e i rancori; non esigono vendetta. Noi non siamo qui dunque per far rivivere amaramente nei cuori la malvagità di chi ha ucciso; ma perché non vada perduto il magistero mirabile di chi si è lasciato uccidere, affidandosi solo alla giustizia di quel Dio, che è l’unica speranza degli umili e degli indifesi, e alla fine pareggerà tutti i conti nel suo Regno eterno (G. Biffi, Omelia nel pellegrinaggio diocesano a Monte Sole (16.9.1984).
Il lungo cammino verso il riconoscimento della santità
Nel 1985 il cardinale Biffi nominò alcuni notai ecclesiastici incaricati di raccogliere testimonianze in forma canonicamente valida, in vista di un eventuale processo. Le tappe successive furono lunghe e complesse: tra il 1995 e il 1998 vennero aperte singolarmente le cause diocesane dei cinque sacerdoti uccisi, concluse soltanto nel 2011.
Un passaggio decisivo arrivò nel 2019, quando il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi espresse il parere che, per alcuni dei preti di Monte Sole, il passaggio da super virtutibus a super martyrio “non solo è possibile, ma è opportuno per rispetto della verità storica”. Una posizione che riprendeva l’intuizione originaria: riconoscere il martirio come già auspicato negli anni Settanta.
I preti martiri e le comunità
Riconoscere la santità e il martirio dei sacerdoti non significa relegare in secondo piano la vita delle comunità sterminate. I preti di Monte Sole non morirono per le comunità, ma con le comunità, insieme a tutti coloro che furono travolti da un odio cieco e disumano. La loro morte non “santifica” quella degli altri, ma testimonia ciò che la fede cristiana afferma: Cristo è dalla parte degli innocenti uccisi.
Al tempo stesso, un eventuale riconoscimento ecclesiale del martirio delle comunità avrebbe potuto essere percepito come un’appropriazione indebita da parte della Chiesa, soprattutto perché molti dei protagonisti non ebbero consapevolezza di essere considerati martiri cristiani. Non stupisce, dunque, che la decisione di procedere con il processo solo per i sacerdoti abbia suscitato critiche nel mondo cattolico.
Per superare queste tensioni, la Chiesa di Bologna può rinunciare all’espressione “comunità martiri”, ma non alla ragione profonda che l’aveva generata: far emergere la quotidianità delle persone uccise come via per educarsi all’attenzione verso chi oggi subisce violenze e persecuzioni.
Un elemento decisivo per comprendere il martirio dei preti di Monte Sole è il loro stare accanto non solo ai credenti, ma a tutti coloro che erano in pericolo. In questa prospettiva, la strage contribuisce a una comprensione più ampia del martirio: non quando i persecutori colpiscono una comunità in quanto cristiana, ma quando attaccano una comunità umana di cui i cristiani fanno parte.
Qui il martirio non esalta la “differenza cristiana”, ma il modo in cui l’essere di Cristo conduce a condividere la sorte degli uomini più provati. La proclamazione del loro martirio — verso cui ci si prepara — non vuole affermare che la Chiesa sia senza errori, ma indicare una Chiesa che sceglie di stare vicino alla povertà, alla fragilità, alle ferite delle persone.
Monte Sole oggi
La ripresa della vita a Monte Sole a partire dagli anni Ottanta ha condotto a comprendere meglio la molteplice ricchezza di testimonianza che emerge da quelle memorie. Nei decenni successivi tanti sono risaliti sulle colline dell’eccidio sia per iniziativa ecclesiale, sia per l’attività di enti quali il parco storico-naturalistico e la scuola di pace che sono stati in seguito costituiti. Lo hanno fatto non “da turisti, ma da epigoni ed eredi di coloro che morendo ci passarono il testimone della speranza”, in modo particolare un gran numero di giovani e ragazzi.
La Chiesa di Bologna, nel suo lungo cammino di riscoperta di Monte Sole, ha intravisto in quel luogo ferito un punto da cui ripartire per parlare di Dio all’uomo contemporaneo. Non un santuario costruito dall’uomo, ma un territorio che, toccato dalla tragedia, costringe a rileggere la rivelazione cristiana a partire dalla storia concreta della passione e della morte di Gesù.
Per secoli, una teologia poco attenta al contesto storico della crocifissione ha rischiato di presentare il sacrificio di Cristo come un evento a cui Dio avrebbe assistito da spettatore, lasciando semplicemente che Gesù morisse. In questa prospettiva si è potuto parlare, talvolta con leggerezza, della morte degli innocenti come di un sacrificio necessario per aprire la strada a un’era di pace e di bene.
La visione che emerge invece dal confronto con Monte Sole è radicalmente diversa. Se il sacrificio è compreso come la forma estrema dell’amore di Gesù, voluto dal Padre non come abbandono ma come dono totale, allora il silenzio della morte diventa il luogo in cui si rivela chi è Dio e come ama.
Per Giuseppe Dossetti, che più di altri ha saputo leggere spiritualmente Monte Sole, il silenzio di Dio sul Golgota non è distante da quello che avvolse la morte dei tanti piccoli uccisi sui monti bolognesi. È proprio lì, in quel silenzio che sembra negare ogni senso, che si apre la possibilità di accogliere la domanda decisiva: dove si trova Dio quando l’innocenza viene schiacciata? E com’è Dio di fronte al male?
Monte Sole diventa così un luogo teologico, un punto in cui la memoria storica e la fede si incontrano. Non per offrire risposte facili, ma per ricordare che il Dio cristiano non è spettatore del dolore: è il Dio che, nel Figlio, ha condiviso fino in fondo la sorte degli innocenti. E che continua a parlare proprio attraverso quei silenzi che la storia non ha ancora smesso di interrogare.
(Maggio 2026)
